Dipendenza energetica italiana: distinguere importazioni, elettricità ed execution

Dipendenza energetica, importazioni elettriche e propaganda: i numeri che i cittadini dovrebbero conoscere

“L’Italia importa oltre il 90% dell’energia che consuma.”

È un’affermazione che compare spesso nei post sui social, negli slogan commerciali e in alcune campagne di comunicazione dedicate alle rinnovabili. Ha tutte le caratteristiche per funzionare: è breve, allarmante e crea immediatamente lo spazio per proporre una soluzione.

Ha però un problema sostanziale: confonde indicatori differenti e restituisce ai cittadini una rappresentazione falsa del sistema energetico italiano.

L’Italia è certamente un Paese con un’elevata dipendenza energetica dall’estero. Negarlo sarebbe scorretto. Ma una cosa è misurare la dipendenza complessiva da petrolio, gas, carbone, biomasse ed elettricità; un’altra è misurare quanta energia elettrica viene importata attraverso le interconnessioni con gli altri Paesi.

Mescolare le due grandezze significa confrontare oggetti diversi.

Questo articolo non intende rallentare lo sviluppo delle fonti rinnovabili né promuovere una singola tecnologia. L’obiettivo è più semplice e, allo stesso tempo, più ambizioso: rimettere i numeri al centro del dibattito energetico.

Quanta elettricità importa realmente l’Italia?

Il dato più aggiornato è contenuto nel Rapporto mensile sul sistema elettrico – dicembre 2025 pubblicato da Terna.

Nel 2025:

  • la richiesta nazionale di energia elettrica è stata pari a 311.324 GWh;
  • la produzione netta destinata al consumo è stata pari a 264.435 GWh;
  • le importazioni lorde sono state pari a 51.798 GWh;
  • le esportazioni sono state pari a 4.909 GWh;
  • il saldo estero netto è stato quindi pari a 46.889 GWh.

La produzione nazionale ha soddisfatto l’84,9% della domanda elettrica italiana. Il saldo estero ha coperto il restante 15,1%.

Il calcolo è elementare:

46.889 GWh / 311.324 GWh = 15,1%

Non il 90%.

Questa distinzione è importante anche per un’altra ragione. Le importazioni elettriche non rappresentano automaticamente un elemento negativo. Le interconnessioni consentono di scambiare energia tra sistemi nazionali, ridurre alcuni costi, sfruttare differenze temporanee di produzione e domanda e aumentare, se adeguatamente gestite, la sicurezza complessiva del sistema europeo.

Dipendere eccessivamente dalle importazioni può rappresentare un rischio. Utilizzare il mercato interconnesso europeo, invece, è parte del funzionamento ordinario del sistema elettrico.

Energia primaria ed elettricità non sono la stessa cosa

Se il dato del 90% non descrive le importazioni elettriche, potrebbe almeno rappresentare la dipendenza energetica complessiva dell’Italia?

Anche in questo caso la risposta è no.

Secondo ISTAT, nel 2023 il tasso italiano di dipendenza energetica totale dalle importazioni era pari al 74,8%, contro una media europea del 58,3%.

È un valore elevato e costituisce una debolezza strutturale del Paese. Include però un insieme molto più ampio di prodotti e usi energetici:

  • petrolio e derivati destinati soprattutto ai trasporti;
  • gas naturale utilizzato nell’industria, negli edifici e nella generazione elettrica;
  • combustibili solidi;
  • energia per gli usi termici;
  • energia elettrica importata;
  • altri vettori energetici.

Dire che la dipendenza energetica complessiva è del 74,8% non significa che il 74,8% dell’elettricità arrivi dall’estero. Nel 2023, secondo la stessa ISTAT, l’importazione netta di energia elettrica aveva coperto il 16,8% del fabbisogno elettrico interno.

È la differenza tra un bilancio energetico nazionale e un bilancio elettrico.

Chi comunica al pubblico ha il dovere di conoscerla.

Il contributo reale delle rinnovabili nel 2025

Smontare un numero scorretto non significa negare il ruolo decisivo delle fonti rinnovabili.

Nel 2025 le fonti energetiche rinnovabili hanno prodotto circa 128 TWh e coperto il 41,1% del fabbisogno elettrico nazionale. Nel corso dell’anno sono entrati in esercizio 7.191 MW di nuova capacità rinnovabile, dei quali 6.437 MW fotovoltaici e 608 MW eolici.

Il fotovoltaico ha prodotto 44.290 GWh, con un aumento del 25,1% rispetto al 2024.

Questi numeri descrivono una trasformazione reale e rapida del sistema elettrico italiano.

Ma raccontano anche una seconda verità, meno comoda.

Nonostante l’aumento della capacità installata, nel 2025 la produzione rinnovabile complessiva è diminuita del 2,3%. La produzione eolica è scesa del 3,3%, principalmente a causa della minore ventosità, e quella idroelettrica del 21,2%. La crescita del fotovoltaico non è riuscita a compensare interamente queste riduzioni.

Questo dato non è un argomento contro le rinnovabili. È la dimostrazione concreta della loro variabilità e della necessità di progettare il sistema nel suo insieme.

Potenza, energia e disponibilità: tre concetti differenti

Nel dibattito pubblico vengono spesso utilizzati come sinonimi:

  • potenza installata, espressa in MW o GW;
  • energia prodotta, espressa in MWh o TWh;
  • potenza disponibile nelle ore in cui il sistema ne ha bisogno.

Non lo sono.

Un impianto fotovoltaico da 100 MW non produce 100 MW durante tutte le ore dell’anno. La sua produzione dipende dall’irraggiamento, dalle condizioni meteorologiche, dalla stagione, dalla disponibilità della rete e da eventuali limitazioni di esercizio.

Lo stesso vale per l’eolico. Nel dicembre 2025, per esempio, la produzione eolica italiana è diminuita del 44,1% rispetto allo stesso mese del 2024. Terna attribuisce la riduzione principalmente alla minore ventosità, che l’aumento della capacità installata non è riuscito a compensare.

Il sistema elettrico deve però mantenere costantemente l’equilibrio tra produzione e domanda. Non su base annuale, ma in ogni istante.

Per questo la crescita delle fonti variabili deve essere accompagnata da:

  • sviluppo e potenziamento delle reti;
  • accumuli elettrochimici e idroelettrici;
  • domanda flessibile;
  • capacità programmabile a basse emissioni;
  • servizi di regolazione e riserva;
  • maggiore capacità di interconnessione;
  • digitalizzazione e controllo del sistema.

Installare impianti senza realizzare queste infrastrutture significa aumentare la potenza nominale senza garantire lo stesso aumento di energia effettivamente utilizzabile.

Perché il LCOE non basta a scegliere un sistema energetico

La seconda semplificazione ricorrente riguarda il Levelized Cost of Electricity, normalmente abbreviato in LCOE.

Il LCOE stima il costo medio per unità di energia prodotta da un impianto lungo la sua vita operativa. Tiene conto, secondo le ipotesi adottate, di investimento iniziale, costi operativi, combustibile, produzione attesa, durata e costo del capitale.

È uno strumento utile per confrontare progetti di generazione. Non è però la bolletta complessiva del sistema elettrico.

Due impianti possono avere lo stesso LCOE e fornire un valore completamente diverso al sistema. Un MWh prodotto in una giornata primaverile caratterizzata da eccesso di offerta non ha lo stesso valore di un MWh disponibile durante il picco serale invernale.

Il confronto basato unicamente sul LCOE tende a non rappresentare integralmente:

  • il valore temporale e geografico dell’energia;
  • i costi di rete e connessione;
  • gli accumuli necessari;
  • il bilanciamento e i servizi ancillari;
  • la capacità di riserva;
  • le congestioni e le limitazioni di produzione;
  • i costi di sistema legati all’intermittenza;
  • il rischio finanziario e i tempi effettivi di costruzione.

L’International Energy Agency e la Nuclear Energy Agency hanno introdotto anche indicatori più evoluti, come il VALCOE — Value-Adjusted Levelized Cost of Electricity — proprio per considerare il diverso valore che una tecnologia fornisce al sistema.

Questo non rende automaticamente conveniente il nucleare né sconvenienti sole e vento. Significa semplicemente che una classifica tra tecnologie costruita usando un solo indicatore è tecnicamente debole.

Il nucleare di nuova costruzione presenta criticità reali: investimenti iniziali elevati, tempi lunghi, costo del capitale, rischio di ritardi e necessità di una governance stabile. Anche descriverlo come soluzione immediata sarebbe propaganda.

Ma affermare che sia “la fonte più costosa di tutte” sulla base di un singolo LCOE, senza dichiarare Paese, tecnologia, costo del capitale, vita utile e costi di sistema, non è un’analisi. È uno slogan.

Sovranità energetica o semplice sostituzione della dipendenza?

Le fonti rinnovabili riducono il consumo di combustibili fossili importati e possono migliorare la sicurezza energetica. Tuttavia, la sovranità non dipende soltanto dal luogo in cui viene prodotta l’elettricità. Dipende anche dalla provenienza di tecnologie, componenti, materiali e competenze.

Nel 2024 la Cina ha rappresentato il 98% delle importazioni extra-UE di pannelli fotovoltaici, secondo Eurostat.

La Commissione europea ha riconosciuto esplicitamente la vulnerabilità della filiera fotovoltaica europea e la necessità di rafforzarne resilienza e capacità produttiva.

Non significa che installare fotovoltaico aumenti necessariamente la dipendenza energetica. Dopo l’installazione, il pannello produce energia senza importare continuamente combustibile. Significa però che la sicurezza deve essere valutata lungo l’intera catena del valore:

  • materie prime;
  • moduli;
  • inverter;
  • batterie;
  • trasformatori;
  • componentistica di rete;
  • software e sistemi di controllo;
  • manutenzione e ricambi.

Passare dalla dipendenza dal gas russo alla dipendenza quasi esclusiva da una filiera tecnologica asiatica non equivale a conquistare piena autonomia strategica.

La transizione richiede quindi anche politica industriale, diversificazione degli approvvigionamenti, produzione europea e sviluppo delle competenze.

La generazione distribuita non rende automaticamente resiliente una rete

Un altro messaggio frequente sostiene che la diffusione di impianti sui tetti e nelle comunità energetiche renda il sistema inevitabilmente più resiliente.

La generazione distribuita offre vantaggi concreti:

  • riduce parte dei prelievi dalla rete;
  • avvicina produzione e consumo;
  • coinvolge cittadini e imprese;
  • può limitare alcune perdite;
  • può sostenere l’autoconsumo e la flessibilità locale.

Ma la resilienza non nasce dalla sola presenza di molti generatori distribuiti.

Durante un’interruzione della rete, un impianto fotovoltaico tradizionale si disconnette per ragioni di sicurezza. Per continuare ad alimentare un’utenza servono configurazioni abilitate al funzionamento in isola, sistemi di accumulo, protezioni adeguate, controllo e procedure operative.

Inoltre, una forte concentrazione di produzione distribuita può richiedere interventi importanti sulle reti di distribuzione: regolazione della tensione, trasformatori, protezioni bidirezionali, automazione e gestione dei flussi inversi.

La resilienza è una proprietà progettata del sistema, non un effetto automatico del numero di pannelli installati.

Il vero collo di bottiglia è l’Execution

Una transizione costruita seriamente deve uscire dalla guerra tra tecnologie.

L’Italia ha bisogno di più rinnovabili, reti più robuste, accumuli, flessibilità, capacità programmabile a basse emissioni, efficienza e interconnessioni. Deve inoltre decidere con dati trasparenti se e quale ruolo assegnare al nuovo nucleare nel mix di lungo periodo.

Ma anche il miglior mix teorico resta inutile se non viene trasformato in infrastruttura reale.

Ogni nuovo impianto richiede:

  1. pianificazione;
  2. autorizzazioni;
  3. connessione alla rete;
  4. finanziamento;
  5. progettazione esecutiva;
  6. approvvigionamento di materiali e componenti;
  7. imprese qualificate;
  8. costruzione e coordinamento HSE;
  9. collaudo e messa in esercizio.

È questa sequenza a determinare quando un megawatt annunciato diventa un megawatt disponibile.

La tecnologia può essere competitiva sulla carta. Il progetto può essere autorizzato. Il finanziamento può essere annunciato. Ma se mancano reti, trasformatori, competenze, imprese e capacità di esecuzione, l’energia non arriva al sistema.

L’Execution è il punto in cui la politica energetica incontra la realtà.

Conclusione: comunicare in modo semplice non significa falsificare

I cittadini hanno diritto a una comunicazione comprensibile. Non hanno bisogno che la complessità venga utilizzata come alibi per rendere il dibattito incomprensibile.

Ma rendere semplice un concetto non significa deformarlo.

L’Italia non importa oltre il 90% della propria elettricità. Nel 2025 il saldo estero ha coperto circa il 15,1% del fabbisogno elettrico, mentre la produzione nazionale ne ha soddisfatto l’84,9%.

L’Italia presenta comunque un’elevata dipendenza energetica complessiva: il 74,8% nel 2023, ultimo dato ISTAT richiamato in questa analisi. È un problema strutturale che richiede rinnovabili, efficienza, elettrificazione, filiere industriali, diversificazione e infrastrutture.

Le rinnovabili sono indispensabili, ma non sono autosufficienti senza reti, accumuli e flessibilità. Il nucleare può contribuire a un mix a basse emissioni, ma non è una soluzione rapida né priva di rischi economici ed esecutivi. Il LCOE è utile, ma non descrive da solo il costo e la sicurezza di un intero sistema.

Questa è la complessità che la politica e l’industria devono governare.

Il resto è comunicazione.

E quando la comunicazione altera i numeri per vendere una soluzione, smette di informare e comincia a fare propaganda.


Pantaleone Turco | Project Manager & HSE Specialist

Project Manager | BESS | Power Plants | Execution

www.pantaleoneturco.it

Pantaleone Turco | Project Manager & HSE Specialist

Project Manager | BESS | Power Plants | Execution

www.pantaleoneturco.it


Fonti

  1. Terna, Rapporto mensile sul sistema elettrico – dicembre 2025: https://download.terna.it/terna/Rapporto_mensile_dicembre_25_8de58e4159b881a.pdf
  2. ISTAT, Noi Italia – Energia: https://noi-italia.istat.it/pagina.php?L=0&action=show&categoria=12&id=3
  3. ISTAT, Ambiente ed energia, 2026: https://www.istat.it/produzione-editoriale/ambiente-energia/
  4. International Energy Agency e OECD Nuclear Energy Agency, Projected Costs of Generating Electricity 2020: https://www.iea.org/reports/projected-costs-of-generating-electricity-2020
  5. International Energy Agency, Conditions and requirements for the technical feasibility of a power system with a high share of renewables: https://www.iea.org/reports/conditions-and-requirements-for-the-technical-feasibility-of-a-power-system-with-a-high-share-of-renewables-in-france-towards-2050
  6. International Energy Agency, Nuclear Power and Secure Energy Transitions: https://www.iea.org/reports/nuclear-power-and-secure-energy-transitions/executive-summary
  7. Eurostat, International trade in products related to green energy: https://ec.europa.eu/eurostat/statistics-explained/index.php?title=International_trade_in_products_related_to_green_energy
  8. Commissione europea, European Solar Charter: https://energy.ec.europa.eu/topics/renewable-energy/solar-energy/european-solar-charter_en

Tutti parlano di transizione energetica. Pochi la costruiscono.

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Pantaleone Turco
Energy Infrastructure Project Manager

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